11 Marzo 2026
Dal 19 luglio 2026 entrerà in vigore il regolamento UE 2024/1781, che vieta la distruzione dei prodotti invenduti. Per Slow Fiber, la normativa conferma un modello produttivo responsabile già praticato da anni.
Il regolamento UE 2024/1781 introduce il divieto di distruzione dei prodotti invenduti nel settore moda, una misura destinata a responsabilizzare le aziende nella gestione delle proprie rimanenze e a promuovere pratiche più sostenibili e circolari. L’articolo 23 impone agli operatori economici di adottare “le misure necessarie che ci si può ragionevolmente attendere per evitare la necessità di distruggere i prodotti di consumo invenduti.” L’articolo 24, invece, richiede di rendere pubblico, almeno su una pagina accessibile del sito web dell’azienda: il numero e il peso dei prodotti invenduti, i motivi della loro invendibilità e la percentuale destinata a riutilizzo, ricondizionamento e rifabbricazione, riciclo, smaltimento e incenerimento per recupero energetico.
Il divieto entrerà in vigore per le grandi aziende dal 19 luglio 2026, mentre micro e piccole imprese sono escluse. Le medie imprese dovranno applicarlo a partire dal 2030, poiché il fenomeno riguarda soprattutto modelli di business su scala globale, non tipici delle PMI.
Per Dario Casalini, presidente di Slow Fiber, il regolamento UE rappresenta un riconoscimento di valori storici della produzione tessile italiana: “Il regolamento introduce un principio di buon senso che ha sempre fatto parte di un certo modello di industria tessile, che mai avrebbe sprecato i propri semilavorati o prodotti finiti. La circolarità era la regola: gli scarti o gli avanzi diventavano risorse per altre industrie o filiere. La speranza è quella di responsabilizzare le aziende nella gestione delle proprie rimanenze, favorendone la massima valorizzazione tramite riciclo e riuso, e dissuadendone lo smaltimento come rifiuto. Il divieto è sostanzialmente utile e va nella giusta direzione, anche se sarebbe stato auspicabile ridurne le eccezioni che potrebbero svuotarlo.”
Casalini evidenzia come lo spreco massiccio sia legato soprattutto ai modelli di fast e ultra-fast fashion, che producono molto più del necessario, generando volumi di invenduto difficili da gestire senza ricorso allo smaltimento. Anche nel lusso, per motivi legati alla contraffazione e al controllo dei marchi, alcune aziende hanno in passato distrutto semilavorati o prodotti finiti con loghi distintivi, generando scandali.
Il presidente di Slow Fiber sottolinea che “le eccezioni previste dal regolamento rischiano di essere interpretate in maniera troppo ampia, con possibili elusioni del divieto.”
Secondo l’art. 25, possono essere infatti distrutti i prodotti invenduti:
- per ragioni di carattere sanitario, igiene e sicurezza;
- quando i prodotti sono danneggiati e non possono essere riparati in maniera economicamente efficiente;
- quando non sono stati accettati in donazione;
- quando la distruzione rappresenta l'opzione con il minor impatto ambientale negativo.
“Da parte delle aziende che sono abituate a fondare i propri modelli produttivi sullo sfruttamento di risorse e persone, non si possono escludere condotte fraudolente, come la distruzione intenzionale dell’invenduto o la creazione di documenti falsi per giustificare lo smaltimento. Su queste possibili elusioni dovranno vigilare governi e magistrature nazionali”.
Diversa è la questione della contraffazione, che può essere favorita dall’incontrollata circolazione dei capi marchiati. Secondo Slow Fiber, in questo caso, la soluzione più efficace non è vietare la distruzione, ma sviluppare tecnologie per il riciclo e il riuso dei materiali che riportano marchi e loghi distintivi.
“In conclusione, il divieto è sostanzialmente utile e va nella giusta direzione, anche se sarebbe stato auspicabile ridurne le eccezioni che potenzialmente potrebbero svuotarlo. Rimane solo la triste sensazione di accogliere con entusiasmo una regola, così ovvia e di buon senso da far sorridere le generazioni che ci hanno preceduto e avuto assai meno occasioni di spreco”, conclude Casalini.
